Il gelato “senza”… una pericolosa moda?

L’Osservatorio Ixè indica che il 74% degli italiani sceglie alimenti che riportano in etichetta la dicitura “senza…”: senza lattosio e glutine, senza conservanti e coloranti, senza OGM ma, anche senza zucchero e sale. Quando si acquista un prodotto alimentare, il 45% dei consumatori predilige l’assenza dei conservanti, il 43% dei coloranti, il 38% cerca l’assenza degli OGM, mentre la percentuale di persone che cercano alimenti senza glutine e senza lattosio arriva al 31%.

320 milioni di euro all’anno è la cifra che gli italiani spendono per acquistare cibi senza glutine, un mercato che a livello globale raggiunge i 4,1 miliardi di euro, ma entro il 2024 salirà fino a 7 miliardi di euro. La crescita è ormai inarrestabile.
In Italia sono disponibili oltre 10.000 articoli differenti, pari a circa il 20% di tutti quelli confezionati. Non sono solo i celiaci a comperarli, ma una vasta gamma di persone che non lo sono, ovvero il 10 per cento degli italiani. In realtà i celiaci in Italia (dati 2017) sono solo l’1% della popolazione, precisamente 206.561 (altri 480.000, si stimano, non diagnosticati), di cui più di 2/3 sono donne.
Non vengono ricercati solo alimenti senza glutine. Anche altri cibi “senza” stanno avendo un grande successo. Pensati per chi soffre di determinati disturbi come le intolleranze come lattosio, colesterolo alto, ipertensione, diabete, stanno diventando largamente diffusi e consumati da tutti.

Esistono tante forme allergiche e tra le più diffuse troviamo le allergie alimentari. Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute e l’azienda di ricerche di mercato Nielsen, in Italia ci sarebbero 1.800.000 allergici alimentari.
Andando più nel dettaglio, secondo le indagini statistiche di Nielsen e del Ministero, ci sarebbero 305.000 allergici al latte e 600.000 allergici al glutine. Facendo un salto nelle intolleranze alimentari, che però ricordiamo non sono malattie allergiche, in Italia ci sarebbero 1.100.000 intolleranti al lattosio e 3.000.000 intolleranti al glutine.

Consultando i dati Istat, ricavati dalle indagini campionarie condotte dall’istituto, le persone affette da malattie allergiche croniche in Italia nel 2016 sarebbero il 10,7% della popolazione.
In Italia, l’intolleranza al lattosio è stimata al 50% della popolazione italiana, anche se non tutti i pazienti manifestano sintomi. L’incidenza a livello percentuale di intolleranza al lattosio varia significativamente a seconda delle zone, con maggiore presenza nel sud Italia e nelle Isole.

Il 10-20% della popolazione soffre invece, di sindrome dell’intestino (o colon) irritabile, dice Enzo Spisni del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna.
Le cause possono essere molte tra l’altro il modello economico attuale ha modificato la micro flora batterica. L’eventuale abuso di antibiotici, la tendenza a pulire e a sterilizzare, i cibi lavorati industrialmente, hanno modificato i batteri che vivono nell’intestino, creando uno stato di infiammazione intestinale, il che può portare a una più alta incidenza di allergie. Aumenta anche la permeabilità intestinale, che fa si che microrganismi patogeni, tossine e antigeni penetrino nei tessuti sotto il rivestimento epiteliale intestinale.
Insomma, la maggior parte della popolazione non ha problemi di salute ma ha un intestino “debole” e cerca di recuperare nutrendosi meglio. Si legge l’etichetta e si esamina quello che manca a volte senza controllare quello che invece c’è. Il “senza” diventa sinonimo di buono e salutare, anche quando ci possono essere molte più calorie del solito.
«Purtroppo quando si sceglie il “senza” è inevitabile scegliere “prodotti molto lavorati”, industriali, che hanno appunto il difetto di interferire con i microrganismi che ci aiutano a digerire», spiega Spisni.
L’abbattimento del glutine è un procedimento abbastanza semplice ma, la farina così ottenuta non lievita e in teoria non potrebbe fornire prodotti uguali agli altri. Per poter offrire invece, pane, dolci e biscotti del tutto simili a quelli tradizionali vengono allora addizionati degli altri ingredienti, come emulsionanti e addensanti, che permettono le stesse abitudini alimentari di prima; «molti di questi additivi sono dannosi per il nostro intestino. E lo stesso accade con altre sottrazioni: al posto dell’olio di palma vengono usati grassi non necessariamente salutari», sottolinea Spisni.

Il risultato quindi, è il contrario di quello desiderato!

In assenza di patologie conclamate dunque, sembrerebbe un errore ricorrere ai cibi “senza”, anche perché molti ingredienti si possono eliminare scegliendo una dieta diversa. Sono senza glutine per esempio il mais, il riso, la quinoa, l’amaranto e il miglio. E, per chi non è celiaco, anche le varietà di grano che venivano coltivate prima che si iniziasse a selezionare i grani per fini industriali, ovvero prima degli anni Cinquanta, ma anche i grani veri e propri come Senatore Cappelli, Verna, Gentil Rosso) possono aiutare. «Ci sono molte ricerche che dimostrano che anche loro contengono glutine, ma prima di tutto ne contengono di molto meno strutturato e poi ci sono differenze molecolari che cambiano le loro caratteristiche pro infiammatorie. Molti studi clinici confermano che chi li mangia vede migliorare i parametri ematici e l’infiammazione», conclude Spisni.

Accade anche con altre sottrazioni: l’intolleranza al lattosio per esempio, dovuta all’assenza di un enzima (lattosio sintasi) che permette di digerirlo, è quantitativa e, in molti casi, modeste quantità di latte, distribuite nel tempo, non creano problemi al soggetto intollerante.

Un articolo pubblicato su Nature nel 2014 ha messo in luce la dannosità delle bevande senza zucchero.
Gli edulcoranti utilizzati in sostituzione modificano e alterano la funzionalità dei batteri intestinali e stimolano una intolleranza al glucosio. Altri studi hanno dimostrato tra l’altro che non fanno per nulla dimagrire, ma il contrario. Non a caso la diffusione di queste bevande circa 100 anni fa, ha coinciso con una maggiore incidenza di obesità e diabete.

Infine, nel gelato si è arrivati anche al “senza zucchero”!

Tutto nasce dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che promuove la riduzione del consumo di zuccheri, nel mirino snack dolci e bevande gassate (prodotti confezionati): limitazione di 50 grammi massimi al giorno.

La dicitura nutrizionale “senza zuccheri aggiunti”, secondo il registro dei claim nutrizionali e salutistici dell’Unione europea, può essere utilizzata solo se il prodotto non contiene alcuno zucchero semplice (monosaccaridi e disaccaridi) aggiunto o qualsiasi altro alimento usato per le sue proprietà dolcificanti. Inoltre, la presenza in etichetta di claims nutrizionali o salutistici comporta l’obbligo della “tabella nutrizionale”. Alcuni esempi:

A BASSO CONTENUTO DI ZUCCHERI

L’indicazione che un alimento è a basso contenuto di zuccheri e ogni altra indicazione che può avere lo stesso significato per il consumatore sono consentite solo se il prodotto contiene non più di 5 g di zuccheri per 100 g per i solidi o 2,5 g di zuccheri per 100 ml per i liquidi.

SENZA ZUCCHERI

L’indicazione che un alimento è senza zuccheri e ogni altra indicazione che può avere lo stesso significato per il consumatore sono consentite solo se il prodotto contiene non più di 0,5 g di zuccheri per 100 g o 100 ml.

SENZA ZUCCHERI AGGIUNTI

L’indicazione che all’alimento non sono stati aggiunti zuccheri e ogni altra indicazione che può avere lo stesso significato per il consumatore sono consentite solo se il prodotto non contiene mono- o disaccaridi aggiunti o ogni altro prodotto alimentare utilizzato per le sue proprietà dolcificanti. Se l’alimento contiene naturalmente zuccheri, l’indicazione seguente deve figurare sull’etichetta: «CONTIENE NATURALMENTE ZUCCHERI».

Nota: liberamente tratto, ed integrato, da un articolo di Business Insider

Un commento su “Il gelato “senza”… una pericolosa moda?”

  1. Bravo per il coraggioso articolo! Come tante cose in relazione all’industria alimentare, c’è stata molta disinformazione in merito al “mangiare sano”. Cosa preferiremmo, un cibo artificialmente sano (“healthy”) o uno naturalmente nutriente (“nutritious”)?

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