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Freud non ha mai fatto un gelato. Ma i gelatieri permalosi gli danno ragione ogni giorno

Le classifiche escludono qualcuno, i gelatieri esclusi impazziscono, e io ci ho scritto sopra un pezzo di psicanalisi applicata. Perché il problema non è la classifica — è chi non sa perderla.

Giu 2025
Freud non ha mai fatto un gelato. Ma i gelatieri permalosi gli danno ragione ogni giorno

Lo spunto non viene dall’ennesima lista delle 100 migliori gelaterie italiane. Viene dai commenti. Dai gelatieri esclusi che si agitano nelle bacheche social convinti di essere Cracco, Massari, Musk, uando in realtà sono solo permalosi e rancorosi con un mantecatore e un ego fuori bilanciamento.

Da lì è partito tutto. E siccome il gelato è il mio territorio, ho deciso di spiegare cosa sta succedendo davvero, dentro la testa di chi lo fa e di chi lo mangia.

Freud voleva curare con la verità. I gelatieri vogliono vincere con i like.

Freud concepiva la psicanalisi come una pratica fondata sul riconoscimento della verità: invitare l’individuo a dire la verità su sé stesso, scommettendo che questo processo potesse cambiare la sua forma di vita. Un’ambizione socratica. Nobile. Discutibile, ma nobile.

Karl Popper l’ha demolita definendola irrefutabile, quindi non scientifica. Adolf Grünbaum è andato oltre: cattiva scienza, confutabile in teoria ma non provata in pratica. Il criterio freudiano dell’effetto terapeutico? Patetica fragilità, parole sue. Altri approcci eliminano gli stessi sintomi. Molte guarigioni avvengono da sole. E quelle attribuite all’analisi puzzano di effetto placebo a distanza di un chilometro.

Il concetto stesso di guarigione da un sintomo è oggi quasi inutilizzabile: i pazienti non portano più sintomi precisi, portano un generico mal de vivre. E l’analista può sempre sostenere che il miglioramento manca perché c’è solo un’accettazione puramente intellettuale, rendendo la teoria inattaccabile per definizione. Circolo chiuso. Inconfutabile. Inutile.

Lacan ci ha costruito sopra il concetto di après-coup (Nachträglichkeit in tedesco): un ricordo infantile acquista significato traumatico retroattivamente, dalla vita adulta. Le cause infantili dei tuoi problemi attuali sono effetti retroattivi di senso. Un’operazione mitica che ristruttura il passato. La psicanalisi lo ammette. E rivendica ugualmente una propria verità, sostenendo che lo spirito umano è già di per sé un’attività interpretante, intrappolata in una circolarità ermeneutica da cui non esce.

Il punto cruciale è questo: la legittimità di un’interpretazione psicoanalitica non deriva dalla sua verità, intesa come corrispondenza con la realtà oggettiva — ma dalla sua plausibilità. Il criterio non è la verità. È il successo. Ciò che fa effetto. Ciò che mobilita il senso.

Il gelato ti rende felice. Non è un’opinione, è neurologia.

Un cucchiaio di gelato attiva la corteccia orbitofrontale, le stesse aree cerebrali coinvolte nel piacere della musica o di una vincita in denaro. Temperatura, cremosità, dolcezza, non sono variabili estetiche. Sono trigger neurologici precisi.

L’esperienza è polisensoriale e universale: non cambia con l’età, il sesso, la cultura o il ceto sociale. Ma, e qui sta il punto che i gelatieri esclusi dalle classifiche non vogliono sentire, la scelta del gusto, del cono, della coppetta racconta chi sei. Il gusto non è soggettivo in modo innocente. È condizionato da influssi sociali, storici, psicologici. Esprime emozioni inconsce.

Ecco perché nelle classifiche finiscono gelaterie che a volte non meritano: il consumatore medio non valuta con parametri tecnici. Valuta con la pancia, con la memoria, con l’associazione emotiva. Amichetti, raccomandazioni, esposizione mediatica, tutto questo entra nel processo. Non è giusto. È umano. E lamentarsene non cambia niente.

Mangiare un gelato non è riempire lo stomaco. È un atto di abbandono temporaneo alle convenzioni. Chi sceglie il cono vuole l’esperienza completa e diretta. Chi sceglie la coppetta controlla. Entrambi stanno dicendo qualcosa di sé, che lo vogliano o no.

Il gelatiere artigianale è un analista del piacere. Ma deve saperlo fare.

Il gelatiere artigianale serio condivide con l’analista qualcosa di preciso: lavora in un sistema dinamico non lineare. Gli ingredienti naturali variano. Le stagioni cambiano la materia prima. La chimica degli alimenti non è una funzione lineare: ingredienti X non danno sempre risultato Y. Il tutto è sempre più grande, e più imprevedibile, della somma delle parti.

Serve tatto e timing. Non si improvvisano. Si costruiscono con anni di errori che non finiscono mai nelle bacheche social.

  • Tolleranza dell’incertezza: ogni lotto è diverso. Chi non lo accetta produce gelato standardizzato e piatto.
  • Auto-organizzazione della ricetta: una base solida si adatta, evolve, risponde. Non è rigidità, è coerenza dinamica.
  • Il piacere del cliente è l’unico criterio: non la tua metapsicologia del gusto, non il tuo Instagram, non la tua esclusione dalla classifica. Il cliente che torna, quello è il tuo dato.
  • Interpretare i desideri impliciti: il cliente non sa sempre cosa vuole. Il gelatiere bravo lo anticipa. Crea sapori che danno senso a un desiderio che il cliente non sapeva ancora di avere.
  • Il contesto della gelateria è un sistema controllato: rispetto alle infinite complessità delle interazioni sociali, la gelateria riduce il rumore e amplifica le emozioni. Questo è il tuo vantaggio. Usalo.

La classifica non è il problema. Tu sei il problema.

Il gelatiere che ieri ha passato la giornata a scrivere post risentiti e filosofici sulla classifica che lo ha escluso sta facendo esattamente quello che Freud avrebbe trovato interessante, e Grünbaum avrebbe trovato patetico.

Sta costruendo un après-coup narrativo: riscrive retroattivamente la propria storia per fare della classifica la causa di un’ingiustizia che in realtà è solo la sua incapacità di accettare un giudizio esterno.

Ho un consiglio solo. Uno.

Prendi un cucchiaio del tuo gelato. Assaggialo. Se è davvero buono, non hai bisogno di nessuna classifica per saperlo. Se hai bisogno della classifica per saperlo, il problema non è la classifica.

E a chi stamattina girava un reel col viso emaciato a diffondere concetti degni del multiverso Marvel: dormi. Il gelato si fa riposati. Le teorie cosmiche le lasci agli altri.

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