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Il gelatiere non sa perché fa il gelato. E si vede.

Giri festival, accumuli like, torni in laboratorio e ti chiedi ancora se aumentare il POD. Il problema non è la ricetta.

Ott 2017
Il gelatiere non sa perché fa il gelato. E si vede.

L’articolo della settimana scorsa ha aperto una crepa nella coscienza del gelatiere medio italiano. Quello che passa l’estate a fare comparsate gratuite negli stand delle aziende di macchinari, sorride per le foto, ritira il diploma di partecipazione e torna in laboratorio convinto di aver fatto strategia. Non ha fatto strategia. Ha fatto volontariato per i fatturati altrui.

E adesso è lì, nel suo laboratorio, con il solito repertorio di domande tecniche: riduco il PAC? aumento il POD? e l’overrun? Domande legittime. Ma poste nell’ordine sbagliato, da una persona che non ha ancora risposto alla domanda che conta.

Smettila di comunicare ai colleghi quanto sei bravo

Prima regola, e non si discute: il tuo pubblico non è il gruppo Facebook dei gelatieri. Quelli già sanno. O credono di sapere, che è peggio. Il cazzeggio autoreferenziale tra colleghi non è networking, è un circolo di mutua ammirazione che non sposta un cono.

Il punto cruciale è comunicare all’esterno. Non agli addetti ai lavori. Non ai fornitori. Alle persone che potrebbero entrare nella tua gelateria e non lo fanno ancora.

Il cerchio d’oro. Leggilo, poi applicalo.

Simon Sinek ha formalizzato un concetto che i grandi brand applicano istintivamente e i mediocri ignorano sistematicamente. Si chiama Golden Circle e funziona su tre livelli concentrici:

  • Cosa — il prodotto. Tutti sanno cosa fanno.
  • Come — il metodo. Pochi sanno articolarlo con precisione.
  • Perché — lo scopo. Pochissimi lo conoscono davvero. E ancor meno lo comunicano.

Non è filosofia da TED Talk. È biologia. La sezione trasversale del cervello umano lo conferma con una chiarezza imbarazzante: il neocortex — il cervello più recente, quello dell’Homo Sapiens — gestisce il livello cosa. Pensiero razionale, linguaggio, analisi. Il sistema limbico — le due sezioni intermedie, evolutivamente più antiche — gestisce i livelli come e perché. Fiducia, lealtà, comportamento d’acquisto. E non ha capacità linguistica.

Traduzione pratica: puoi elencare caratteristiche, benefici, grammi di zucchero e temperatura di mantecazione finché vuoi. Non muovi nessuno. Le persone non comprano il gelato che fai. Comprano il motivo per cui lo fai.

«Customers will never love a company until the employees love it first.» — Simon Sinek

Vale anche per il personale. Non assumere chi ha bisogno di uno stipendio — quello lavorerà per i tuoi soldi, punto. Assumi chi crede in quello in cui credi tu — quello lavora con sudore, lacrime e sangue. La differenza tra un collaboratore e un complice.

Ogni gelatiere sa cosa fa. Quasi nessuno sa perché.

Fai gelato. Bene. Lo sa anche il tuo concorrente a duecento metri che usa basi industriali e ha la coda fuori dalla porta ad agosto.

Qualcuno sa anche come lo fa — c’è un toscano che si vanta di essere l’unico a fare gelato naturale, e quella è una unique value proposition riconoscibile, comunicabile, difendibile. È già un livello superiore.

Ma il perché? Se la tua risposta è «il profitto» o «il cassetto», ti stai sbagliando. Non perché il profitto sia disonesto — è necessario, ovvio, benvenuto. Ma è un risultato, non uno scopo. Non è il motore. È lo scarico.

Dietro ogni gelateria degna di questo nome c’è una storia. Storie di pionieri, di artigiani che hanno scelto la difficoltà quando avevano alternative più comode, di intuizioni coltivate per anni in silenzio, di famiglie che hanno costruito qualcosa di generazione in generazione. Storie uniche. Non intercambiabili. Non replicabili. Storie che meritano di essere raccontate con la stessa cura con cui bilanci una ricetta.

Il paradigma va capovolto. Adesso.

L’avventore non entra nella tua gelateria perché sei il più vicino al parcheggio. Non ci torna perché hai un buon gelato al pistacchio. Ci torna perché crede in quello in cui credi tu. Perché ha capito chi sei prima ancora di capire cosa fai.

L’obiettivo del brand positioning non è descrivere il prodotto. È costruire una tribù. Fare business con chi condivide i tuoi valori, non con chiunque abbia tre euro in tasca e voglia qualcosa di freddo.

In ristorazione è già successo. In pasticceria è già successo. In pizzeria è già successo — ci sono persone che attraversano l’Italia per una pizza specifica, in un posto specifico, da un artigiano specifico. Non per la pizza. Per il perché di quella pizza.

In gelateria siamo ancora in ritardo. Ma il ritardo non è una condanna — è un’opportunità per chi ha il coraggio di muoversi prima degli altri. Chi costruisce oggi un posizionamento distintivo, fondato su uno scopo autentico e comunicato con coerenza, non avrà concorrenti. Avrà un monopolio percettivo.

Smetti di pensare vecchio. Costruisci il perché. Poi comunicalo. Il resto viene da sé.

2 commenti

  1. Ferdi

    E da due anni che conosco questo sito. Complimenti per i contenuti. Molto utile per il gelatiere maturo e i neo fitti .

  2. Ferdi

    E da due anni che conosco questo sito. Complimenti per i contenuti. Molto utile per il gelatiere maturo e i neo fitti .

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